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4 ragioni per cui il nucleare non è la soluzione

Con la conclusione della Cop26 di Glasgow con un nulla di fatto (o quasi), il nucleare è tornato prepotentemente nel dibattito italiano sull’energia. A ogni crisi, a ogni rallentamento del processo verso un sistema sostenuto dalle energie rinnovabili, riappaiono le proposte di costruire centrali nucleari sul suolo italiano.

D’altronde, il nucleare genera energia pulita, in quanto prodotta con ridottissime emissioni di CO2. Che cosa stiamo aspettando, perché non investire subito sul nucleare e consegnare al passato crisi energetica e ambientale?

Le ragioni per non considerare questa strada – soprattutto nel breve periodo – sono svariate e abbastanza convincenti da ridimensionare le istanze di chi vorrebbe un ritorno al nucleare in Italia.

I rischi legati all’energia nucleare

Che l’energia atomica rappresenti un pericolo è risaputo. Basti citare il tristemente famoso incidente di Chernobyl (Ucraina) del 1986 e quello recente di Fukushima (Giappone) avvenuto nel 2011, gli unici due casi nella storia classificati al settimo livello della scala di catastroficità INES. I sostenitori del nucleare, in merito alle preoccupazioni sulla sicurezza, affermano che i reattori della quarta generazione hanno raggiunto altissimi standard di sicurezza e che non rappresentano più un pericolo. La stessa cosa, però, veniva assicurata anche nei confronti delle precedenti generazioni di reattori e Fukushima, impianto di seconda generazione, ha mostrato l’avventatezza di queste affermazioni.

Inoltre, come ha sottolineato recentemente il fisico Giorgio Parisi, costruire impianti nucleari in territori densamente popolati con la Penisola italiana è un rischio inaccettabile. Se la centrale di Chernobyl si fosse trovata nella Pianura Padana avrebbe ucciso milioni di persone.

Il problema annoso delle scorie

Le scorie, sì. Tutti gli avanzamenti tecnologici che sono avvenuti nel campo non hanno ancora permesso di fare a meno della fissione nucleare. Anche gli impianti di quarta generazione, perciò, producono energia attraverso la fissione nucleare producendo pericolosissime e – virtualmente eterne – scorie radioattive che devono essere stoccate in siti attentamente scelti sulla base di molti fattori. Le scorie nucleari impiegano moltissimo tempo a perdere la loro radioattività, ad esempio il plutonio in 24.000 anni perde appena la metà della sua carica.

Cifre come questa ci rendono consapevoli della gravità del problema: una volta prodotte le scorie è impossibile smaltirle. Devono essere stoccate e monitorate per sempre al fine di scongiurare la fuoriuscita di materiale radioattivo. Per chi ne fosse all’oscuro, la radioattività colpisce gli esseri viventi in vari modi che vanno dall’avvelenamento, al cancro e alle malformazioni dei feti.

Inoltre, mentre si torna a parlare di nucleare, il nostro Paese dopo decenni di discussioni non ha ancora individuato i siti adatti per stoccare le relativamente poche scorie risalenti al passato.

I reattori di piccola dimensione, un’opzione non praticabile

I reattori di quarta generazione saranno di taglia ridotta rispetto a quelli del passato e, di conseguenza, saranno meno pericolosi e più facilmente gestibili. Ma quanti ne servirebbero per soddisfare tutta la domanda interna di energia elettrica?

Supponendo che si scelga di costruire “mini-reattori” da 200 megawatt, come ipotizzato da Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, per ottenere un terzo della potenza nucleare installata in Francia (64.000 MW) avremmo bisogno di ben 100 reattori.

Inoltre, per limitare il riscaldamento globale riducendo le emissioni di CO2 è necessario agire fin da subito: il decennio che abbiamo di fronte sarà decisivo e ci dirà se avremo vinto la battaglia o meno.

Le centrali di quarta generazione, però, non sarebbero pronte da un giorno all’altro. Le previsioni mostrano che entro il 2030 nessun impianto potrà essere in funzione. Ciò significa che il nucleare non sarà in grado di contribuire alla decarbonizzazione per almeno dieci anni e anche nel decennio 2030-40 contribuirà in modo marginale.

Stiamo parlando di una tecnologia in declino costante. Tra il 2010 e il 2020 la percentuale a livello mondiale dell’elettricità prodotta dalle centrali nucleari è scesa dal 12,8% al 10%. Le energie rinnovabili, invece, nello stesso decennio sono cresciute dell’80% a livello mondiale: dal 9,7% del 2010 al 28% del 2020 (dati IEA ,WEO 2021).

I costi dell’energia da nucleare

Il costo energetico livellato (LCOE), un indice di competitività con cui si può mettere a confronto il costo medio dell’energia generata da tecnologie differenti, nella UE nel 2020 per le centrali nucleari è stato di 150 dollari a MWh. Nello stesso anno, il LCOE per il fotovoltaico è stato di 55 dollari a MWh, 50 dollari a MWh per l’eolico e 110 dollari per le centrali a gas (dati IEA ,WEO 2021).

A tutti gli effetti, l’elettricità da nucleare è la più cara, soprattutto se confrontata con le energie rinnovabili.

La volontà popolare

Ultima ma non per rilevanza, parliamo della volontà popolare. I cittadini si sono espressi in due referendum, nel 1987 e nel 2011, bocciando in entrambe le occasioni il ritorno all’energia nucleare sul suolo italiano. Nel 2011, nonostante il boicottaggio dei sostenitori del nucleare, il 57% degli aventi diritto ha votato e il 94,6% ha respinto la possibilità di costruire nuovi impianti. Pertanto, è chiaro che la maggioranza degli italiani sia consapevole dei rischi e della antieconomicità del nucleare.

La strada percorribile per abbattere le emissioni di CO2 è e rimane una sola: investire nelle energie rinnovabili.

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