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Loss and damage e gas serra, luci e ombre della COP27

L’accordo sulla riduzione dei gas serra è saltato per l’ennesima volta. La ventisettesima conferenza sul clima, tenutasi a Sharm el-Sheikh dal 6 al 18 novembre, si è conclusa senza una decisione comune sulle emissioni di CO2 e gli altri gas serra.

Tuttavia, dall’Egitto è arrivata anche una buona notizia: alla COP27 si è compiuto un passo storico con l’istituzione di un fondo loss and damage (perdite e danni) a favore dei paesi più colpiti dai cambiamenti climatici, che sono anche i più poveri del Pianeta. Si tratta purtroppo dell’unico risultato tangibile ottenuto.

Il meccanismo loss and damage in favore dei paesi poveri

Il meccanismo di loss and damage è un fondo che ha lo scopo di supportare i paesi più poveri nell’affrontare i cambiamenti climatici. Questi paesi sono infatti solo in minima parte responsabili dell’aumento dei gas serra in atmosfera ma sono anche quelli che subiscono i danni maggiori.

In sostanza, i paesi industrializzati, che hanno immesso grandi quantità di CO2 in atmosfera fin dalla prima rivoluzione industriale (1751), devono assumersi le loro responsabilità verso il resto del mondo. Basti pensare che i soli Stati Uniti d’America dal 1751 al 2017 hanno prodotto 399 miliardi di tonnellate di anidride carbonica (25% del totale). L’Unione europea insieme al Regno Unito ha toccato i 353 miliardi di tonnellate (22% del totale). La Cina si piazza al terzo posto con i suoi 200 miliardi di tonnellate di CO2 (20% del totale). L’intero continente africano, invece, ha contribuito ad appena il 3% delle emissioni di CO2 storiche globali, nonostante le sue vaste dimensioni e una popolazione sempre in crescita.

Pertanto, i paesi ricchi hanno un debito verso il resto del mondo che il fondo loss and damage tenterà di sanare. L’accordo è arrivato nella notte tra il 19 e il 20 novembre a conclusione di un dibattito iniziato nel lontano 1991 con la proposta delle Isole Vanuatu alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc).

Modalità ed entità dei contribuiti da stabilire

La decisione è presa ma le modalità e l’entità dei contributi che dovranno essere versati sono tutte da decidere. A questo scopo la conferenza sul clima ha affidato a un Comitato di transizione (24 membri, dei quali 14 rappresentanti dei paesi poveri), il compito di stabilire una tassonomia delle perdite e dei danni compensabili. La conferenza ha stabilito anche i tempi: il fondo dovrà essere operativo entro l’inverno 2023, quando a Dubai si terrà la COP28. La priorità è sicuramente la stima dei danni, che secondo un report realizzato da 55 paesi vulnerabili ammonterebbero a 525 miliardi di dollari negli ultimi 20 anni.

Esiste però un’ulteriore questione da risolvere: la posizione della Cina. Nel 2021 le emissioni cinesi hanno superato quelle di Europa e Stati Uniti messe assieme, anche se questi ultimi hanno riguadagnato il primato delle emissioni di CO2 pro capite. La Cina però risulta tuttora paese emergente, nonostante la sua economia sia la seconda al mondo, e quindi rifiuta di contribuire al fondo non ritenendosi responsabile per i gas serra.

Nessun accordo sulla riduzione dei gas serra

La riduzione delle emissioni di gas serra è una priorità. È fondamentale per contenere il riscaldamento globale ed evitare sconvolgimenti climatici terribili nel prossimo futuro. Tuttavia, i rappresentanti dei paesi di tutto il mondo hanno deciso di rinviare ancora una decisione in merito. La conferenza sul clima non ha affrontato la questione, con buona pace degli ambientalisti, salvando per l’ennesima volta gli interessi di coloro che fanno profitti con i combustibili fossili.

A questo punto, raggiungere l’obiettivo di mantenere l’aumento medio della temperatura globale sotto 1,5°C appare piuttosto utopico.

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